Cile: continua la battaglia contro il progetto Pascua Lama

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Attivisti cileni ed argentini si sono riuniti lo scorso 14 e 15 luglio a Vallenar nel nord della regione cilena di Atacama per studiare nuove strategie d’opposizione ai progetti di estrazione mineraria sui ghiacciai andini.

L’assemblea, composta da rappresentanti delle comunità locali e da ONG dei due paesi, ha fatto il punto sulla situazione attuale e lanciato una campagna per la difesa dei ghiacciai che si articolerà attraverso il tentativo di boicottare i finanziamenti internazionali destinati ai progetti e mettendo in discussione il Trattato bilaterale stipulato nel 1997 dai Governi dei due paesi che ha permesso l’avvio di discutibili progetti come quello di Pascua Lama. 

Il progetto è stato proposto nel 2000 dalla multinazionale canadese Barrinck Gold & Co. al governo cileno e prevede l’estrazione e lo sfruttamento minerario di oro, argento e concentrato di rame. Le operazioni estrattive interesseranno la dorsale Andina (per il 75% in Cile e per il 25% oltre il confine con l’Argentina). L’area maggiormente interessata dalle attività della multinazionale è quella della Valle del Huasco nella parte cilena, la cui popolazione, dedita all’agricoltura e preoccupata dai pericolosi effetti che l’attività estrattiva potrebbe avere sul delicato ecosistema, si oppone strenuamente all’esecuzione del megaprogetto, con l’appoggio di diverse O.N.G. e associazioni ambientaliste.

Per le sue attività estrattive la multinazionale canadese ha previsto lo spostamento di 800.000 metri cubi di ghiacciaio - equivalenti a 20 ettari. Secondo lo studio condotto dalla dott.ssa Villagran, docente di biologia all’Università del Cile per l’Organizzazione Internazionale Oceana, “lo spostamento dei ghiacciai modificherebbe irrimediabilmente l’attuale assetto della conca idrica della Valle del Huasco, riducendo la portata dei corsi d’acqua e minacciando diverse specie endogene dell’area, nota per la sua straordinaria biodiversità”. Queste opere si realizzeranno inoltre vicino alla fonte del Rio del Estrecho che verrebbe contaminato, insieme alle falde acquifere, dalle ingenti quantità di cianuro di sodio (conosciuto per la sua elevata tossicità) necessarie per le attività estrattive.

Già dal 2004, quando l’apertura dei cantieri della nuova miniera sembrava essere imminentie le popolazioni locali hanno cominciato ad organizzare l’opposizione al progetto attraverso petizioni e manifestazioni anche transfrontaliere, riuscendo ad allargare la rete di sostegno alla loro lotta. E nel 2009 con la diffusione di un comunicato intitolato “Quanto oro vale la sete dei nostri figli?”, sottolineavano gli impatti che la miniera avrebbe avuto sulle future generazioni sia in termini ambientali che sanitari e sociali.

Le diatribe fiscali tra i due paesi e la ferma opposizione delle comunità locali, hanno fin ora rallentato l’apertura della miniera ma “ora c’è bisogno di un salto di qualità nella battaglia”, ha spiegato Lucio Cuenca, attivista dell’Osservatorio per i conflitti ambientali in America latina, “visto che progetti simili stanno per prendere forma anche al confine tra Perù e Ecuador, nella Cordillera del Condor, e nella zona palustre tra Bolivia e Brasile”.

G.B.

 
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